Sono partito come tanti: donatore. Poi è arrivato il ruolo da consigliere. E a un certo punto mi sono accorto che stavo portando dentro AVIS quello che faccio tutti i giorni al lavoro: lavorare sui dati, costruire modelli, cercare di capire cosa c'è dietro ai numeri.
Non è stato un cambio di ruolo. È stata più una continuità.
A un certo punto ti fai una domanda
Lavorando in azienda, i dati li usi per prendere decisioni: vendite, marketing, organizzazione. Poi ti fermi e pensi: ma queste competenze, fuori da lì, possono servire?
Nel mio caso la risposta è stata sì.
E oggi mi ritrovo a fare un po' di tutto:
- estraggo i dati
- li sistemo (quando ci riesco…)
- costruisco un modello
- provo a renderli leggibili con qualche dashboard decente
- e soprattutto cerco di capire cosa ci stanno dicendo
In altri contesti questo lavoro lo fanno in più persone. Qui no. E devo dire che, anche se a volte è complicato, è una palestra incredibile.
Il punto non sono i numeri
La tentazione è quella di fermarsi ai dati. Guardarli, commentarli, magari fare anche dei bei grafici. Ma non serve a molto.
Il passaggio vero è un altro: usare quei dati per fare scelte migliori.
Nel nostro caso gli obiettivi sono molto concreti:
- far tornare i donatori con più continuità
- aumentare il numero di donazioni
- indirizzare meglio (oggi, per esempio, sul plasma)
- trovare nuovi donatori
- coinvolgere di più giovani e donne
I dati servono a togliere un po' di "sensazione" e mettere più "direzione".
Dalla percezione alle priorità
Senza dati si ragiona un po' a intuito. Che va bene, fino a un certo punto. Con i dati inizi a vedere cose che prima non vedevi:
- comportamenti
- abitudini
- momenti critici
- opportunità
E soprattutto inizi a capire dove ha senso intervenire davvero. Le dashboard, in questo, sono solo uno strumento. Non servono a fare scena. Servono a decidere.
Poi c'è tutta la parte di comunicazione
Qui non lavoro da solo. Con mia moglie stiamo costruendo un piccolo percorso anche sui contenuti: cosa raccontare, come farlo, con che continuità. Perché anche qui il rischio è fare cose "a caso" — postare ogni tanto, senza una direzione.
Invece l'obiettivo è un altro:
- far capire cosa significa davvero donare
- creare un minimo di appartenenza
- avvicinare persone che magari non ci hanno mai pensato
E anche qui, se ci pensi, i dati aiutano.
Una cosa che non mi aspettavo
Questa esperienza mi sta allenando molto più del previsto. Perché mi trovo a gestire tutto il ciclo: dal dato grezzo fino alla decisione. In azienda spesso lavori su un pezzo. Qui devi tenere insieme tutto. E questo ti costringe a semplificare, a scegliere, a capire cosa conta davvero.
E poi c'è il punto più importante
Qui i numeri non sono numeri. Sono persone.
Sono disponibilità a donare. Sono tempo. Sono salute messa a disposizione degli altri. E in molti casi sono vite che, grazie a tutto questo, vanno avanti.
Questo cambia completamente il modo in cui guardi anche una semplice tabella.
In fondo
Non so se questo sia il modo "giusto" di fare volontariato. So però che per me è diventato il modo più naturale. Mettere insieme quello che so fare con qualcosa in cui credo.
E vedere che, anche partendo da un file Excel o da una dashboard, puoi contribuire — anche solo un po' — a fare funzionare meglio qualcosa che ha un impatto reale.